Il fenomeno della "Malamovida" e la responsabilità del Comune.

  • Il caso

Tutti i ricorrenti abitano a Torino; negli ultimi 15 anni il loro quartiere è diventato, progressivamente, la principale zona della movida torinese. Sono stati aperti sempre nuovi ristoranti, wine e cocktail bar, enoteche, rivendite di street food, minimarket con bevande da asporto, ai quali si sono aggiunti numerosi venditori ambulanti. Il quartiere, deserto di giorno, si anima a partire dal tardo pomeriggio; vie e piazze sono affollatissime, congestionate ed impercorribili. I marciapiedi, le soglie dei portoni e le auto parcheggiate sono imbrattate da escrementi, vomito, bottiglie rotte e ogni tipo di rifiuti. I protagonisti della movida urlano, sporcano, fanno esplodere fuochi d'artificio, insultando i passanti, colpiscono le auto, suonano i campanelli dei palazzi a tutte le ore. I residenti non riescono a dormire e soffrono di stanchezza cronica; non possono leggere, conversare, guardare la TV, ricevere ospiti (a causa delle difficoltà di accesso alla zona), vivono con le finestre chiuse d'estate. Non possono neppure contare, in caso di emergenza, sull'accesso delle ambulanze e dei mezzi dei Vigili del Fuoco, che non potrebbero farsi largo nel blocco compatto dell'immensa folla.

Il piano di classificazione acustica della città assegna ad alcuni isolati del quartiere la classe III (limite assoluto di immissione rumorosa pari a 50 dB) e a pochi altri la classe IV (limite 55 dB). Dal 2013 in poi, l'ARPA e la Polizia Municipale hanno individuato numerosi locali dove i limiti di immissione sonora venivano ampiamente superati, con punte da 65 a 75 dB. In particolare, un'indagine tecnica eseguita su incarico di uno dei ricorrenti ha misurato, con riferimento alla situazione attuale, la rumorosità ambientale in termini assoluti evidenziando, per ciascuna delle abitazioni, il persistente superamento del valore di attenzione notturno per la classe V, quella propria delle zone a prevalenza industriale. Tutte le relazioni vennero inviate al Comune, peraltro già al corrente della situazione per via degli esposti dei residenti.

  • Le difese del Comune

In sintesi, le difese del Comune vertono sulla non riconducibilità degli schiamazzi alla negligenza dell'Ente stesso, che ha adottato tutte le misure possibili per tenere la situazione sotto controllo. Il quartiere è stato oggetto di rigidi controlli, molti locali sono stati sanzionati, altri chiusi o il loro orario di esercizio è stato ridotto. La Polizia Municipale ha costantemente pattugliato il quartiere per garantire il transito delle auto, contestare infrazioni agli avventori, controllare i locali pubblici e sgomberare stalli di sosta destinati ai residenti. Il servizio di pulizia cittadino è stato inoltre anticipato alle 3 del mattino, allo scopo di allontanare chi fosse ancora presente in strada.

Il Comune ha sempre agito ispirandosi alle regole di imparzialità, correttezza e buona amministrazione che presiedono all'esercizio delle sue funzioni: il fenomeno della “malamovida” è stato contenuto nel rispetto dell'ordinamento e dei valori coinvolti.

In particolare, il Comune ci tiene a sottolineare che la situazione pregiudizievole della quale i residenti si dolgono è addebitabile esclusivamente al comportamento illecito di terzi, che sono i soli a doverne rispondere: il Comune ha attuato, nei limiti delle proprie attribuzioni e del contemperamento tra i diversi interessi in gioco, tutte le misure necessarie per arginare il fenomeno, ed altro non può fare.

  • L'inquadramento della questione giuridica e la decisione del Tribunale

Il tema della genesi dei rumori e di tutte le altre molestie patite dai residenti investe la questione dell'applicabilità, al caso concreto, dell'art. 844 Cod. Civ (“Immissioni”)

Sul punto, le considerazioni svolte dal Comune sono condivisibili; infatti, ciò che accade nelle strade e nelle piazza del quartiere non dipende da eventi organizzati o autorizzati dal Comune stesso, ma dalla libera aggregazione di un numero eccessivo e incontrollato di persone, attirate dalla presenza dei numerosissimi esercizi commerciali. L'indagine da compiere attiene dunque ad un profilo diverso: si deve stabilire se davvero il Comune abbia posto in essere tutto quanto era in suo potere per ricondurre le immissioni rumorose entri i limiti previsti per ciascuna zona secondo la propria classificazione acustica e, in generale, per evitare e contenere gli altri effetti nocivi della movida.

Il nesso causale tra i danni patiti dai residenti e le omissioni del Comune deve dunque essere ricercato secondo la norma dell'art. 2043 Cod. Civ. (“Risarcimento per fatto illecito”) e la legge n. 447 del 1995 (“Legge quadro sull'inquinamento acustico”) che individua, all'art. 6, le specifiche competenze dei Comuni. D'altra parte, la difesa del Comune non consiste affatto nel negare tali attribuzioni, ma nel sostenere che, proprio nel rispetto delle norme vigenti, è stato fatto tutto quanto era dovuto. Tuttavia, come ha scritto il consulente tecnico, i provvedimenti emanati hanno avuto un successo al più limitato e provvisorio e, comunque, si sono palesati del tutto insufficienti per ricondurre la rumorosità del quartiere entro i limiti di legge. Senza dubbio, delle violazioni penali, quali schiamazzi, imbrattamento delle cose pubbliche e private, danneggiamenti, ingiurie) risponde chi le pone in atto, ma è palese che all'origine della concentrazione, nella zona, di un tale numero di trasgressori, vi è l'altrettanto grande concentrazione di ristoranti, bar, vinerie, birrerie, minimarket, rivenditori ambulanti. Il Tribunale ritiene allora che i provedimenti del Comune a carico di questo variegato universo commerciale sono stati del tutto insufficienti. Se c'è gente ovunque significa che nessuno degli esercenti ha rispettato l'obbligo di controllarne l'afflusso nelle proprie adiacenze: dunque, assai più locali avrebbero dovuto essere sanzionati o chiusi. Se un numero imprecisato di dehors ha invaso il suolo pubblico e vi si svolgono attività, non consentite, di somministrazione di alimenti e bevande, il Comune avrebbe dovuto revocare i relativi atti autorizzativi, sino a liberare le strade e a concentrare le consumazioni all'interno dei locali. Una criticità così elevata avrebbe richiesto un efficace piano di risanamento acustico che, a quanto risulta, non è stato neppure intrapreso. Per queste ed altre valutazioni, il Tribunale ritiene che, in conclusione, non si possa negare che sussista il nesso causale, nei termini illustrati, tra ciò che accade nel quartiere e le scelte del Comune. Alla responsabilità del Comune, consegue dunque il risarcimento dei danni lamentati dai residenti che il Tribunale quantifica in 6.000 euro all'anno dal momento dell'inizio delle immissioni intollerabili, e dunque un totale di 42.000 euro per ciascun residente.