Il falso in autocertificazione e il diritto di cambiare idea

L'autocertificazione equiparata ad un atto pubblico ed il procedimento penale in caso di falsa dichiarazione

La Corte di Cassazione Penale ha recentemente stabilito che le dichiarazioni sostitutive di certificazioni (autocertificazioni) e le dichiarazioni sostitutive di atto di notorietà, se rese ad un pubblico ufficiale, sono idonee ad integrare il reato di falso ideologico commesso dal privato in atto pubblico (sent. 3701 del 25 gennaio 2019).

In particolare, l'autocertificazione “Covid” resa agli agenti accertatori rientrerebbe in quest'ultima categoria, avente ad oggetto, tra l'altro, "stati, qualità personali o fatti che siano a diretta conoscenza dell'interessato". Da ciò discende la parificazione dell'autocertificazione ad un vero e proprio atto pubblico, con l'importante conseguenza che il privato che dichiara il falso potrà essere perseguito penalmente per il reato di cui all'art. 483 del Codice Penale (“Falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico”).

Se dunque a seguito di controllo da parte dell'Autorità Giudiziaria verrà individuata una dichiarazione non veritiera, il soggetto che l'ha resa potrebbe vedersi notificare un decreto penale di condanna ex art. 459 Cod. Proc. Pen.

Tale decreto viene emesso quando il Pubblico Ministero ritiene che possa essere irrogata una sanzione pecuniaria in sostituzione della pena detentiva e il Giudice per le Indagini Preliminari accoglie la richiesta. L’ammontare della pena pecuniaria ivi contenuta terrà conto della condizione economica complessiva dell’imputato e del suo nucleo familiare, ma la conseguenza più grave è che se il decreto penale non viene impugnato entro 15 giorni dalla notifica, il Giudice ne ordina l’esecuzione: la condanna resta nel casellario giudiziale, con le gravi conseguenze che questo può comportare.

Il reato di falso ideologico in atto pubblico commesso dal privato (art. 483 Cod. Pen.)

Tuttavia, non tutte le dichiarazioni false rientrano nell'ambito di operatività del'art. 483 c.p; può essere utile, in proposito, richiamare la recentissima sentenza del Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Milano del 16 novembre 2020. [Link: https://www.giurisprudenzapenale.com/wp-content/uploads/2020/12/sentenza-crepaldi-omissis.pdf]

Il procedimento penale in oggetto concerneva, in particolare, la condotta di un imputato – al quale veniva contestata la fattispecie di cui all’art. 76 DPR 445/2000 in riferimento all’art. 483 c.p. – che, in sede di autodichiarazione consegnata ai Carabinieri nell’ambito dei controlli sul rispetto delle misure di contenimento Covid-19, aveva riferito una circostanza (ossia il fatto che lo stesso si stava recando presso un collega per ritirare dei pezzi di ricambio) poi rivelatasi non vera a seguito di accertamenti svolti dalla polizia giudiziaria.

L'imputato tuttavia non veniva condannato poiché, come si legge in sentenza: «va, tuttavia, escluso che tale falsità integri gli estremi del delitto di cui all’imputazione, in quanto l’art. 483 c.p. incrimina esclusivamente il privato che attesti al pubblico ufficiale fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità».

Ed invero, correttamente, il Gip di Milano ha ritenuto non perfezionato il reato di falso ideologico poiché, nel rispetto del tenore letterale dell'art. 483 c.p., può integrare l'elemento oggettivo del reato di falso soltanto la dichiarazione che abbia ad oggetto “fatti”, non mere “intenzioni”. La nozione di “fatto” non può che essere riferita a qualcosa che già è accaduto ed è perciò, già in quel preciso istante, suscettibile di un accertamento, a differenza della intenzione, la cui corrispondenza con la realtà è verificabile solo ex post.

Ne discende che il reato di falso, per essere integrato, dovrà assumere i connotati di un falso “ontologico”; la dichiarazione resa dovrà dunque avere ad oggetto una circostanza che non potrà mai essere vera secondo un giudizio ex ante (ad esempio, dichiarare di tornare da un luogo dove è appurato che non ci si è mai recati, oppure di andare a trovare un parente che non esiste).

Nel provvedimento in esame si legge infatti che «mentre l’affermazione nel modulo di autocertificazione da parte del privato di una situazione passata (si pensi alla dichiarazione di essersi recato in ospedale ovvero al supermercato) potrà integrare gli estremi del delitto de quo, la semplice attestazione della propria intenzione di recarsi in un determinato luogo o di svolgere una certa attività non può essere ricompresa nell’ambito applicativo della norma incriminatrice, non rientrando nel novero dei fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità».

In conclusione, qualunque dichiarazione resa per il futuro e che sia astrattamente plausibile (che abbia cioè ad oggetto una propria intenzione, non un fatto) non potrà integrare l'elemento oggettivo del reato di cui all'art. 483 c.p., con la conseguenza che l'eventuale giudizio di opposizione a decreto penale di condanna avrà buone chanches di successo.

Si può dire infatti che in questo caso l'ordinamento penale garantisce una sorta di diritto di “cambiare idea” relativamente alle proprie intenzioni; se si dichiara di recarsi in un supermercato o di andare a trovare un parente lontano (purché esista realmente), la verifica successiva della falsità di quanto affermato non potrà integrare il delitto di falso in atto pubblico poiché, come si è detto, la norma incrimina fatti, non intenzioni. E mentre da un fatto compiuto non si torna indietro, per giustificare un proposito non realizzato si può sempre dire di aver “cambiato idea”.